Autore: Laura Gaballo

Raccontiamo i piccoli gesti

Raccontiamo i piccoli gesti

Erano suppergiù le sette del pomeriggio. Un venticello piacevole a smorzare il caldo estivo, una luce ancora intensa, il solito sottofondo di voci e di auto. Camminavo per i fatti miei, con la mia marmocchietta che trotterellava accanto a me, mano nella mano, canticchiando una delle sue canzoncine. Sullo stretto marciapiede, costeggiato quasi senza interruzioni dalla lunga fila di auto parcheggiate, un signore sui settantacinque anni avanzava nella direzione opposta alla nostra. Camicia a quadri manica corta, pantalone avana lungo, corti capelli grigi con una stempiatura accentuata. Una figura minuta, un’andatura normale. Arrivato alla nostra altezza si ferma e mi sorride. Il suo gesto mi ha obbligato a fermarmi a mia volta, come quando incroci qualcuno che conosci e ti accingi ai soliti convenevoli di rito. Ma lo conoscevo?
“Buonasera” mi ha detto, guardandomi dritta negli occhi. I suoi erano di un celeste molto chiaro, mi hanno fatto venire in mente quelli di mio nonno. Ho risposto con perplessità a quel saluto, ferma sul suo sguardo, chiedendomi se non stessi riconoscendo qualcuno che avrei dovuto riconoscere o se fosse lui quello in errore.
“Posso dirti buonasera?” ha domandato, rivolgendo lo sguardo a mia figlia, chinandosi leggermente e cercando nel frattempo anche il mio consenso.
“Certo” ho risposto io, tentando di dissimulare la mia titubanza per non aver ancora sciolto il dubbio se conoscessi o meno quell’uomo. Mia figlia, nel frattempo, aveva nascosto il viso sulla mia gamba, e guardava un po’ ritrosa la scena, con la fisiologica diffidenza che accompagna la tenera età dei bimbi.
“Posso dirti buonasera?” ha ripetuto quel signore dolcemente. Ho invitato mia figlia a rispondere al saluto e lei, inaspettatamente, ha assecondato la mia richiesta, regalando un “buonasera” insolitamente sonoro e squillante.
A quel punto ho avuto la certezza di non conoscere quell’uomo. Gli si sono riempiti gli occhi di lacrime, mi ha sussurrato “grazie”, ha posato un bacio sulla testa di mia figlia ed è andato via.
Continuo a pensarci. Non sono certa di quello che io possa aver regalato a lui con quel semplice saluto. Non lo conosco, ignoro il perché della sua gratitudine. Un grazie, un tono, uno sguardo che hanno lasciato in me la sensazione di aver fatto qualcosa di importante.
Chissà. A volte quello che facciamo va oltre quello che pensiamo di aver fatto.

#abbracciotour #meatesound

 

Il nostro abbraccio, il vostro calore

Il nostro abbraccio, il vostro calore

Quando abbiamo pensato all’abbraccio tour, quando abbiamo stampato quella cornice, quando abbiamo cominciato a girare per le spiagge e a promuovere il nostro abbraccio, la sottile paura che ci portavamo dietro era che quella cornice potesse rimanere vuota.
Perché, in fondo, tutti gli occhi sono diversi, e magari dove noi vedevamo l’angolo giusto per una scintilla di felicità, altri potevano vedere quattro matti che giravano con una sagoma vuota sotto il braccio. Va be – ci siamo detti – male che vada ci saremo abbracciati tra noi una volta di più.
Ma nella forza di quel gesto noi ci abbiamo creduto, ci abbiamo investito. Ne abbiamo sentito la bellezza e ci siamo ripetuti che non potevamo essere i soli a sentirla. E i vostri abbracci, immortalati nella cornice di M-EAT & SOUND, ne sono la prova.

Li abbiamo visti durante l’estate, si sono moltiplicati nelle serate del nostro evento a Leverano, li abbiamo ritrovati lo scorso weekend a Novello in Festa, dove vi abbiamo riproposto i nostri prodotti a km 0. E in voi abbiamo sentito di nuovo quella voglia di stare insieme, quel gusto che si prova quando si è in compagnia. Che sia davanti ad una birra, ad un calice di vino o ad un sorso d’acqua: la vera ragione siamo noi.
E sì, siamo consapevoli che non stiamo dicendo nulla di nuovo. Perché lo sappiamo tutti che la domenica, a pranzo, non ci si riunisce per mangiare, ma per stare in famiglia. La tavola è solo il posto attorno al quale si riuniscono i cuori. È il pretesto, è conseguenza, non causa. La vera ragione è che di quella convivialità ne abbiamo tutti bisogno.

Ed è per questo che, in fondo, lo sapevamo che quella cornice sarebbe stata sempre piena. Noi vi abbiamo solo dato la tela, ma il colore e i sorrisi li avete dipinti voi.
Grazie per i vostri abbracci. Grazie davvero. Non c’è nulla che paghi di più di quel calore.